Franco Samoggia

LUIGI SAMOGGIA

 

LA SUA VITA GLI ANTENATI   LA FAMIGLIA

Quando molti anni fa il Presidente della Regione Toscana, prima Sindaco di Firenze e poi anche ottimo Ministro della Difesa, l’Avvocato Lelio Lagorio, mi esortò, e gliene sono molto grato, a scrivere un libro su mio Padre, Ufficiale del Genio Navale caduto in com¬battimento durante il Secondo Conflitto Mondiale, non pensai assolutamente a ciò che adesso è venuto alla luce. Pensai ad un racconto dell’evento bellico specifico, al massimo con un po’ di contorni della sua vita.

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Poi nacquero i due nipotini Pierluigi Maria e Luigi Maria, e mi resi conto di essere l’ultimo della fila della mia famiglia; ciò mi indusse a scrivere la storia non solo di Lui ma di tutti i nostri familiari, risalendo con i Samoggia e con i Menaboni, la famiglia di mia Madre, fin dove sono potuto arrivare.

 

In questa “saga”, racconti di vicende familiari di quasi tre secoli, mi sembra che “l’an­nalista”, come sono stato una volta definito da Lelio Lagorio, sia venuto fuori in tutta la sua pienezza. Penso che sia la forma giusta per chi leggerà domani ciò che accadde nel nostro passato: i fatti, i fatti nudi e qualche considerazione. 

 

E infatti cominciai a scrivere qualcosa sulla mia famiglia, una sera, quando Mara ed io stavamo aspettando, nel 2004, la nascita di Pierluigi Maria, figlio di nostra figlia Patrizia Maria e di Pierpaolo Urbano, il nostro primo nipotino e si è rafforzata, tre anni dopo, alla nascita di Luigi Maria, il secondo nipotino, figlio di mio figlio Marco Maria e di Francesca Ferrali.

 

In quei giorni mi resi conto di due cose:

 

La prima che come ultimo della fila, ero l’ultimo in vita che possedeva le memorie di casa e che non potevo esimermi da fermarle.

 

La seconda fu che era bella e importante la vita di mio Padre e di mia Madre, ma che altrettanto belle ed interessanti erano le vite dei miei nonni, ed a pensarci bene anche quelle dei bisnonni e così il tema iniziale si ampliò.

 

Questo libro nasce perciò per Pierluigi Maria e per Luigi Maria, per loro e per i loro eredi, se e quando ci saranno, così come per tutti i giovani eredi di mio fratello Paolo e di mia sorella Anna perché mantengano fra i loro ricordi, nei loro cuori, almeno una traccia di questa parte delle loro radici.

 

Nasce anche perché, mi sono reso conto, da vecchio, di quanto siano importanti le proprie origini e l’evoluzione della propria famiglia per la vita di un uomo. I due piccoli, Pierluigi e Luigi, così come gli altri nipotini dei miei fratelli, Asya e Chiara, Laura, Andrea, Marco, e Rosa da poco fra noi e quelli ancora da venire, avrebbero corso il rischio, a causa delle distanze generazionali sempre più ampie e senza questo mio terminale lavoro, di non sapere nulla dei loro avi, chi erano, cosa facevano e, cosa più importante di tutto, come si erano comportati nella vita. Per evitare quello che succede a me oggi che riesco a malapena a risalire indietro per un paio di generazioni per qualche notizia un po’ articolata ed, al massimo, di altre 4 o 5 solamente per trovare nomi e date.

 

Le prime frasi un po’ organizzate di questo testo furono però scritte solo nella notte del 10 novembre 2006, nella casa di via Tarchetti a Milano.

 

Questo libro vuole essere un monito, uno stimolo ed un incoraggiamento per gli ultimi nati a sempre migliorarsi e vuole mostrar loro come, durante questi trascorsi tre secoli, malgrado le tragedie che hanno colpito alcune persone chiave della nostra famiglia, gli altri si sono impegnati a fondo ed hanno sovente conseguito livelli più eleva­ti nella vita sociale senza mai abbandonare principi di rettitudine e correttezza e tenendo comportamenti, alcuni dei quali si possono definire per diversi aspetti, esemplari.

 

Domenico Samoggia il cui nome compare nel documento di Battesimo di Pietro suo nipote, trovato a Pieve di Budrio, è nato certamente nella prima metà del ‘700 ed è, allo stato delle ricerche, l’antenato Samoggia del nostro ramo, più antico da me rintracciato. Mal­grado ogni tentativo, gli antenati precedenti a Domenico, i luoghi e perfino le date di nascita sia di Domenico che di suo figlio Angiolo appaiono difficili da rintracciare e per ora non ci hanno condotto a risultati concreti.

 

Angiolo Menabuoni, nato certamente anch’egli nella prima metà del ‘700 nel pi­stoiese, così come il figlio Vincenzo, sono gli antenati Menabuoni più antichi rintracciati proce­dendo dal documento di Battesimo di Giuseppe figlio di Vincenzo datato 1787. Le ricerche per risalire più indietro sono state infruttuose per la mancanza dell’indicazione dei luoghi e delle date di nascita. Il cognome ad un certo punto mutò da Menabuoni a Menaboni.

 

La stesura di queste pagine ha comportato un lavoro lungo di raccolta di documenti in casa e fuori ma principalmente uno scavo nella memoria di noi che ancora potevamo trovare delle tracce di ricordi dei nostri “vecchi”, nei nostri vecchi cervelli.

 

Grande è il rammarico di non aver iniziato prima questa impresa, quando le per­sone della generazione precedente alla mia, erano ancora in vita e cariche di molti maggiori ricordi, talché avrei potuto raccoglierne molti di più dalla loro viva voce e fermare notizie di tempi oggi ultrapassati e ormai can­cellate per sempre.

 

Unica scusante è che il tempo che allora avevo a disposizione per attività come queste, che oggi mi sembrano molto importanti, era ancor più drasticamente scarso di oggi.

 

Per quanto riguarda mio Padre Luigi Samoggia, Ufficiale di carriera della Regia Marina, Maggiore del Corpo del Genio Navale, caduto in combattimento ad un anno e mezzo dall’inizio della Seconda Guerra Mondiale, all’età di trentaquattro anni, quando io avevo solo 9 anni, pochi e fievoli sono i miei ricordi diretti, solo in parte aiutati e mantenuti in vita dalle moltissime fotografie. E’ certo che sono proprio i numerosi documenti e le fotografie che ab­biamo in casa che mi hanno spinto e mi hanno consentito di scrivere della sua vita, sì breve di anni, ma densissima di eventi. Una cosa voglio dire: tutti i papà hanno una “p” sola ma il mio ne aveva due Pappà, come egli si faceva chiamare da noi e come viene sempre chiamato nel libro, così come la Zia Ada viene sovente chiamata nel libro come noi la chiamavamo ogni giorno, “Ziada”. Lessico familiare.

 

Più o meno le stesse considerazioni valgono per mia Madre, salvo il fatto del mag­gior numero di ricordi diretti di noi figli riguardo ai periodi più recenti, dove però sono molto minori sia la documentazione cartacea che le fotografie, poche anche a causa dei tempi più calamitosi e delle assai minori disponibilità finanziarie.

 

La Ziada, subito dopo la morte di mia Madre bruciò, aiutata da Anna e come Mamma voleva, per un tipico senso di pudore e riservatezza, tutte le lettere scambiate fra Lei e Pappà, per cui tutto ciò che riguarda i loro rapporti è andato perduto e rimangono solo le nostre flebili memorie. Unica lettera rimasta è l’ultima scritta da Pappà a Mamma che è stata conservata da Paolo.

 

Scrivere queste pagine ha richiesto un tempo molto più lungo di quanto avessi previsto. Le ricerche si sono via via allargate ed anche le persone di cui mi è parso giusto parlare sono aumentate. Ai ricordi si sono aggiunte le informazioni e i dati raccolti, appunti, racconti, aneddoti, ma più di tutto hanno pesato le copie o le trascrizioni di documenti trovati negli archivi, che di volta in volta mi pareva giusto tramandare perché non morissero nell’oblio del passato e nel buio della memoria scomparsa.

 

Così ne è venuto fuori più che un libro, una specie di zibaldone, con copie di atti, stralci di storie connesse alla nostra famiglia o a singoli parenti, a fatti che ci hanno più o meno riguardato, alle parentele allargate, moltissime e variegate storie, ma assolutamente non tutte quelle di cui avrei potuto scrivere.