Franco Samoggia

 

Coreglia nei miei diari

Estate 1937 Coreglia. A cinque anni, fucile di legno puntato. Pum pum. E Zita, una coreglina, alta e asciutta come un acciuga, vispa e veloce, piombò a terra di schianto. Ci rimasi io, secco come una salacca. Lei si rialzò subito ridendo e divenne un gioco che si ripeteva tutte le volte che la incontravo, si ripeté anche l’anno dopo e poi, negli anni successivi, io più grandicello, lei più anziana lo andava a raccontare in giro!! Sai mi sparava ed io mi buttavo in terra di colpo! E lui si divertiva! E giù risate!

Coreglia 1942. Lucidare i bei candelieri di argento, sia di San Martino, sia di San Michele era un compito che svolgevo insieme a Piccinini, il padrone della casa che avevamo affittato per alcuni anni. Ci toccava, mi toccava, almeno una volta all’anno in occasione o della ricorrenza del Santo o per la festa di Pasqua o di Natale. Chi sa se ci saranno ancora, e dove, tutti quegli arredi d’altare d’argento! Oltre ai candelieri, gli ostensori, i crocifissi, calici e pissidi, incensieri e porta incenso. Roba da museo oggi. Come erano belli, un po’ di fatica ma anche la soddisfazione, alla fine, di vederli scintillare.Estate 1944. Arrivai in Chiesa per la Messa domenicale. Era piena di gente ed io ero entrato arzillo e tranquillo dalla porta centrale. Quella davanti.

Ero in ritardo. Il Priore era già salito sul pulpito e stava per iniziare la spiegazione del Vangelo e la predica quando irruppe in una sorta di invettiva “Certi giovinastri dai cattivi costumi che questa notte hanno fatto baldoria fin sul Sacrato e sulle scalinate della nostra chiesa....” E puntava il dito verso il basso, forse non era puntato proprio verso di me come a me sembrò, tanto che mi rintanai nascondendomi in mezzo alla gente.

La sera prima, da ragazzacci quali eravamo, (oggi sarebbe roba da ridere) eravamo andati in giro per il paese a cantare e a fare schiamazzi e forse qualcuno aveva anche superato i limiti, peraltro molto ristretti allora, della decenza verbale. Saremo stati una decina, non più, ragazzi e ragazze, tutti “villeggianti” , anche se villeggianti di lunga data e quindi coreglini di adozione che, come si diceva, “avevano passato la Croce” più di 10 volte, sufficienti a detta dei locali, per essere diventati un po’ matti e “coreglini ad honorem”.

Fatto sta che il priore, che era molto severo con gli altri e un po’ meno con se stesso, quella mattina si scatenò e ce ne disse di tutti i colori, tanto che mentre rivolgeva la sua accusa accalorata, la fronte ed il collo si imperlarono e cominciarono a gocciolare del solito sudor nero, che derivava dal vezzo di tingersi i capelli. Allora i coloranti per capelli erano, oltre che nocivi, anche tali che stingevano facilmente.

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Nell’anno scolastico 1943\1944 le lezioni delle scuole medie, organizzate a Coreglia privatamente ed in emergenza dai nostri genitori, con anziani professori sfollati, si svolgevano di inverno in una casa della Penna ed appena iniziava la primavera, così come prima che arrivasse il freddo, in luoghi diversi, all’aperto. Come la panchina di Mentusardo, lo slargo della Penna o “nelle prata” fuori porta San Michele, sotto il “pallaio” che occupava parte del piazzale dove si affacciavano sia l’abside della chiesa omonima sia il macello.
Fra i professori ne ricordo, in modo indelebile uno, un anziano generale dell’Esercito, di Artiglieria, mi pare che si chiamasse Angeli che spiegava la geometria euclidea, piana e solita, in maniera entusiasmante e comprensibile per chiunque, aiutandosi in modo esemplare con delle tavole colorate e con dei solidi costruiti di cartoncino. Teoremi di Pitagora, di Euclide, perimetri ed aree, il 3,14, i volumi e le superfici laterali e totali dei solidi me li ricordo come se fosse oggi.

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Maggio 2000. A casa a Firenze guardo le fotografie del passato e rimugino. Devo tornare a vedere dove è la casa di Zita, anzi le due case di Zita. Il primo anno ci affittò una villetta col piccolo giardino davanti, sul viale che da fuori portava al Piantaio, sul lato sinistro salendo. L’anno dopo ci affittò, o ci trovò in affitto, una parte della villa sulla destra del viale di ingresso al paese, che aveva un giardino più grande che si stringeva a punta verso la chiesa di San Martino e il Parco della Rimembranza. Proprio lì su un blocco squadrato di marmo ho una foto con la mia zia Giovannina e una dove imbraccio il fucilino di legno con cui sparavo a Zita (in fondo a questa, appoggiata al muricciolo, c’è mia madre). Il blocco di marmo doveva essere l’inizio, la base, di un monumento ai Caduti che non so se sia mai stato realizzato. Se un monumento ai Caduti a Coreglia non ci fosse si potrebbe riprendere in mano il progetto di allora o farne uno nuovo.

Novembre 1943. Verso Debbia a veglia. Mamma, io e Paolo. Notte nera e non c’è luna. Neve per terra. Lampada a carburo. Si vede a malapena dove si mettono i piedi. Un’ora di strada: di più? Si arriva. Il camino acceso col ceppo che sfrigola un po’. Il tepore della grande cucina e il profumo del legno che arde. Una seggiolina bassa accanto al fuoco. I ditali di farina di neccio. Le ballotte e le bruciate. Un lungo racconto de “il nonno” su cui mi sono assopito. Non ho capito perché ci siamo andati. La strada è più lunga al ritorno. A casa la Zia Ada ci ha messo col “prete” il fuoco a letto a tutti e tre. Lenzuola calde. Estasi.

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Ottobre 1976. Con Mara, Marco e Patrizia sono andato a Coreglia. Ho 44 anni, Marco ne ha 17 e Patrizia 11.

Quanti anni sono passati dall’ultima volta che sono stato al paesello! Ventuno! Dal 1955 quando il 14 e il 15 di Agosto, con Anna, mia sorella, e alcuni amici, tentammo di raggiungere il Lago Santo ma fummo bloccati al Passetto da un vento feroce e da nebbia.

Nubi basse che sfioravano il crinale e non ci consentirono di proseguire. Avevamo dormito a Pretina in una capanna, con le pecore e avevamo avuto dal pastore, scotta per colazione, tiepida, squisita, pescata con una foratina dal paiolo appeso alla catena del camino. Tornammo indietro e ci fermammo a Torricella, al Solco Rovinoso, proprio dove inizia il baratro.

Oggi in questa bella giornata d’Ottobre, venendo da Firenze, ci siamo fermati a vedere il Ponte del Diavolo, per Marco e Patrizia era la prima volta che risalivano la valle del Serchio e venivano a Coreglia.

Una fermata d’obbligo alla Croce. Fotografie ricordo con le cime dell’Appennino innevate. E avanti. Ho lasciato la macchina in Piantaio e siamo tornati indietro a piedi. Avevo visto, passando, San Martino che aveva il portale aperto. Siamo entrati per visitare questa antica chiesa. Quante volte con Gigi Piccinini ero venuto a lucidare gli argenti, tutti molto belli o almeno a me ragazzetto, allora così parevano.

Entriamo, e passando dalla luce alla penombra scura dell’interno, avanziamo verso l’altare per vederlo da vicino e, dopo esserci guardati un po’ in giro, stavamo tornado indietro, quando proprio in fondo, nella zona più buia, all’interno della facciata, vedo un uomo in cima ad uno scaleo che armeggia, mi avvicino: è Piccinini. Deve essere vicino agli ottant’anni.

A casa di Luigi Piccinini avevamo abitato, mamma la zia Ada ed i miei fratelli in un primo periodo del nostro soggiorno di guerra a Coreglia ed egli ci aveva aiutati in quei tempi difficili anche a trovar da mangiare, ed in più ci aiutava ad avere contatti con la gente dei dintorni, mi insegnò a trovare i funghi, a “fare stipette”, ad avere i primi approcci con gli arnesi da falegname.

Poi la mia famiglia passò ad abitare, un poco più in alto, nella casa del Moscardini, più grande e più comoda per noi, a pochi metri dalla sua. Ricordo i giochi con i bambini e le bambine dei vicini sulla grande terrazza di casa sua che a volte ci permetteva di usare. Le ore passate nel negozio di falegname dove lavorava e dove ho imparato le poche cose che so fare con le mani e col legno. Le lunghe passeggiate, giù per lo scorcione, a Gallicano dove aveva parenti e a Fornaci, dove aveva lavorato alla SMI. Gite che avevano lo scopo di andare alla ricerca di viveri.

Mi avvicinai allo scaleo e: “O Piccinini!” Lui si volta verso di noi, certo gli era impossibile riconoscermi da lassù.

Gli dico: “Sono Franco Samoggia!”. Si ferma. Senza dire una parola scende lentamente dallo scaleo, quasi meditando, mi si avvicina e con uno scatto improvviso mi appioppa uno schiaffo solenne! Non da farmi male, ma da sentirne lo schiocco echeggiare sotto le navate della chiesa.

Patrizia e Marco, che mi considerano un papà importante e rispettato da tutti. sono pietrificati; nella penombra vedo i loro occhi sbarrati per l’incredulità.

Poi Piccinini mi abbraccia forte dicendomi. “Avevo giurato che come ti avrei rivisto ti avrei dato uno schiaffo! Ho mantenuto il giuramento! Come si fa a far passare più di vent’anni senza un cenno, un saluto, senza una cartolina, senza due righe!!”“Hai ragione, non mi giustifico, ma non hai un’idea di cosa non ho fatto io in tutti questi 20 anni. Dopo la morte di mamma nel 1956 sono rimasto con Paolo ed Anna e per fortuna con la vecchia ma impareggiabile zia Ada. Poi, appena sposato con Mara e con Marco appena nato, mi sono trasferito nel 1959 da Firenze a Milano a lavorare in un grande gruppo, in Mediobanca. Poi mi hanno mandato a Napoli nel 1963 a dirigere una grande azienda dell’IRI piena di problemi. In questo periodo, nel 1965, è nata Patrizia e nel 1968 sono tornato di nuovo a Milano in cima ad una finanziaria del Gruppo Bassetti, con una quindicina di società da seguire e dal 1973 sono rientrato di nuovo a Firenze a capo di una importante società elettronica che progetta e produce radar complessi e difficili. Tutto questo senza mai tirare il fiato, volando di qua e di là, per mezzo mondo, dall’America Latina al Sud Est Asiatico e per l’Italia, con incarichi da Palermo alle Alpi, da Alghero a Rimini. Un rifrullo da non finire. Coreglia era proprio fuori da ogni mia possibilità di sosta ma non fuori però dal mio ricordo e con Coreglia anche te.” Finge di capire ma in realtà non credo proprio che la spiegazione gli sia bastata, ed in fondo, ha ragione.

Rimaniamo ancora un po’ a parlare e poi lo lascio che stava risalendo sullo scaleo. Non l’ho più riveduto.

Usciti da San Martino, ritorniamo in Piantaio e ancora un po’ frastornato, guido moglie e figli in un giro del paese. La gente mi guarda, percepisce che non sono uno del tutto “nuovo” ma nessuno riesce a mettermi a fuoco o forse non vuole ed io non ho voglia di parlare. Non vorrei correre il rischio di prendermi altri schiaffi! Magari morali. Rientriamo a sera a Firenze.

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21 Agosto 2004. Si parla con Paolo della adozione dei nostri castagni, Ovidio il mio e Ascanio il suo e si decide di andare su in ottobre a vederli, sopra Pieve a Fosciana, un posto veramente sperduto che si chiama Cerasa, proprio sotto San Pellegrino. In quella occasione si proverà anche a fare una visitina a Coreglia e lui avvertirà Augusto, il vicesindaco, che gli ha telefonato più volte per dirgli di andare.
Mi dice che è tanto che non vede Franco e Camillo Mattei, mentre mi ha detto di aver visto Paolino Coli nel negozio di sport in piazza Duomo vicino a quello di arte sacra.
Si parla un po’ di Coreglia e dintorni e di coreglini. Fra l’altro vien fuori che la moglie di Augusto è una delle tre o quattro ragazze che stavano nella casa sopra a quella di Piccinini. Una mi pare si chiamasse Teresa, una Sandra, forse è la più piccola che non ricordo. Una di loro, ogni tanto, faceva le riffe con un’altra ragazzina della casa di fronte.
L’organizzazione della adozione dei Castagni alla quale avevamo aderito Paolo ed io, a mio giudizio non ha raggiunto i suoi fini, anzi. L’idea però era buona chi sa che non possa essere riprodotta in altri luoghi con maggiore successo. Per esempio a Coreglia che è un po’ più accessibile di Cerasa. Una festa delle Selve con adozioni di antiche piante.    

Settembre 1990. Nello sfogliare uno dei miei album di fotografie me ne è capitata una serie di Coreglia dove mio fratello ed io siamo fotografati con delle bambine. E’ stato una sorta di richiamo alla memoria.

A Coreglia c’era il vezzo di appiccicare fin da piccini le fidanzatine ai bambini. Te le appiccicavano come francobolli e poi per staccarle ci voleva una vita. A me, avrò avuto quattro anni, quando mi appiccicarono la prima, era la figlia di un coppia in villeggiatura, di Lucca, e stavamo spesso insieme come possono stare due bambini di 3 o 4 anni. Dalle fotografie si vede che era carina ed aveva riccioli biondi. Io la ricordo solo perché ci sono le fotografie di noi due nelle selve e per le strade. Si vede che sembravamo una coppietta armoniosa e così ci fidanzarono. Franco e…. Franco e……

Poi verso i sette anni me ne appiopparono un’altra, era una bambina del paese con tanti riccioli, neri e due grandissimi occhi di ossidiana che brillavano come stelle. Una bambina vivacissima e sempre allegra. Era molto carina anche lei ed io credo di averla vista in giro per il paese spesso ma di averla presa per mano per giocare forse due o tre volte. Anche qui i coreglini ci dovettero vedere una combinazione armoniosa. Lei coi suoi riccioli neri ed io con i riccioli biondi, lei aggraziata ed io “perbenino”. Stavamo bene insieme si vede. Franco e… Franco e… e ci sono voluti anni per spiccicarsi.

Poi è arrivata l’età dei 12 anni e me ne hanno appiccicata ancora una. Questa volta era una bambina con un visino dolce e affilato, con i capelli neri lisci e lunghi, un carattere solitario e negli occhi la malinconia di una guerra che ci sovrastava e vi si leggeva paura e sconforto come in tutti noi. Ma ciononostante: Franco e… Franco e… poi la vita è andata avanti e … più niente Franco e …. Franco e…..

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